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Sono più di 20 anni che sono immerso nel web, ci navigo con la mia piccola barchetta, sin da quando il mare era uno stagno, sin da quando i siti web li facevi con il block notes di Windows o con programmi del tipo DreamWeaver o FrontPage.

La mia barchetta è rimasta sempre a galla, anche quando ho dovuto attraccare ad una marea di porti per fare rifornimento di idee, di progetti, di coraggio, anche quando il mare era i burrasca e navigare era maledettamente difficile.

Si può dire che ho visto internet crescermi davanti agli occhi. Alcune volte ho visto cose fighissime, barriere abbattute, possibilità immense.
Altre volte ho visto solo tanta tristezza, abbandono, utilizzo dello strumento in maniera completamente fuori dalle righe.

Una volta il web serviva per farsi vedere online, per dire agli altri “Oh lo sai che anche io ho il sito web della mia azienda?” oppure “Ho il mio canale sul LiveJournal e posso comunicare con tantissima gente!” o ancora “Ho il mio blog e finalmente posso esprimere la mia creatività e i miei pensieri per condividerli con il mondo”… Insomma, una marea che avanzava e nella quale tutti noi imparavamo a comprendere come il nuovo mondo, che si stava delineando, potesse diventare in qualche modo più “vicino”.
La gente, i pensieri, zero distanze. Finalmente parlare con il mondo la fuori sembrava più semplice.

Poi però sono passati gli anni. E l’essere umano si sa, ha questa stronza caratteristica, di non porsi mai limiti. Perchè finchè ci sono soldi in ballo, limiti personali ed etica vanno a farsi fottere.
Così la barchetta in cui sono sempre stato, in mare aperto ha iniziato a traballare, ho incominciato a non sentirmi più sicuro, a non avere la certezza di attraccare a porti sicuri.
Spesso facevo scalo in luoghi, in circostanze, in voci che non mi piaceva più ascoltare. Una sorta di mondo cambiato non in meglio.

Attenzione, non voglio dire che rinnego tutto ciò che esiste ora, perchè di buono ce n’è in giorno a livello di progresso ed innovazione, ci mancherebbe.
Voglio solo dire che tutta questo “progresso” spesso è anche estremamente apparente e soprattutto “malato”.

Qualche esempio?

Vedi il caso Ferragni e i panettoni della Balocco.
Per il dio denaro si fa di tutto, anche far finta di non sapere che le cose non fossero corrette a livello di marketing e di comunicazione, far finta di essere distrutti per un qualcosa che in realtà poteva essere benissimo evitato, far finta che la beneficenza sia solo un qualcosa da mettere in mostra per ergersi a paladini della giustizia e del bene…
La gente che ha comprato il pandoro solo per farsi un fottuto selfie con il panettone della Ferragni e di sicuro non per fare del bene a qualcuno, che se volevano potevano farlo in altro modo senza finanziare un personal brand milionario.

Vedi tutti quei giovani che si sono ammassati in un McDonald solo per un panino a 3€, come se quella carne fosse considerata di assoluta qualità o commestibile.
Giovani che vengono scaraventati nella persuasione di un brand senza scrupoli, che di sicuro non ha a cuore la salute delle persone ma solo il business e come sempre il dio denaro.
Azioni di marketing che io definirei becere. Roba da far resuscitare i morti dal dolore solo per il fatto che si è fatta un’azione di persuasione nei confronti di giovani menti oramai atrofizzate dal mondo attuale e da una società che ti consuma.

Vedi il mondo dell’AI (Intelligenza Artificiale) che viene dato in pasto ai ragazzini senza alcun scrupolo, senza chiedersi “ma sarà giusto?”.
Un AI che sicuramente per certi versi migliorerà la nostra vita di tutti i giorni, ma che contemporaneamente farà sparire intere categorie professionali, che porterà la nostra società ad un’involuzione indefinibile dal punto di vista del rapporto umano, della creatività, dell’originalità.
Ai big brand non importa nulla dell’utente finale, mettiamocelo in testa. A loro importa il fatturato e per fatturare di più non si pongono alcun maledetto limite.
La cultura del “No Limits” è un arma a doppio taglio a mio avviso.

Superato il primo decennio degli anni duemila, ho iniziato a riflettere sempre di più su tutto questo, finchè arrivati ai giorni nostri mi sono oramai convinto che ci sono tantissimi aspetti di questa tecnologia che mi spaventano, tantissimi punti nascosti nel mondo dell’online che possono in un modo o nell’altro plasmare e rovinare le menti delle nuove generazioni.

Sono sincero. Ho paura per i miei figli. Per quello che li aspetta nel futuro. Per la capacità subdola dei media di convincerti e di ingannarti a piacimento. Per la forza incontrollabile delle multinazionali che ti fanno credere che dietro il fatto della filantropia ci sia del buono e dell’umanitario, quando in realtà anche li a tracciare le regole è il denaro come sempre.

Sono anche convinto che certi strumenti, se usati in maniera corretta, potrebbero davvero migliorare il mio lavoro. La mia barchetta a volte potrebbe anche diventare una nave, se solo non ci fossero tutte queste onde, questo attaccamento al superamento dei limiti ad ogni costo, questa mancanza di reale progresso interiore oltre che esteriore.
Questo è un mondo in cui l’immagine è tutto. Dare di se un’immagine di un certo tipo è un mantra costante per chi venderebbe anche la propria madre pur di “apparire”.
Gli ideali, i principi, le giuste motivazioni, hanno lasciato il posto all’ossessione spasmodica di esserci a qualsiasi costo, dell’ostentare, del far finta, dell’abbandonare la propria anima a favore dell’arrivare primi a tutti i costi.

Ebbene signori, io in questo mondo non mi ci trovo più.
Sono lontani quegli anni in cui internet mi sembrava un oceano immenso tutto da esplorare e nel quale poter creare tanti progetti fighissimi assieme ad altri come me.
Ed è per questo che ora navigo a vista. E’ per questo che ora sono sempre cauto e spesso diffidente.
Non credo più nelle buone intenzioni, non credo più nel fatto che ci sia qualcuno che online tiene davvero a noi e alla nostra privacy, non credo più in molte cose.

Ma credo che in tutto questo mare, in questo oceano di onde e macerie, ci possa essere prima o poi una soluzione percorribile.
Bisogna iniziare dai propri figli. Bisogna che qualcuno gli faccia capire che non sempre è il momento per un selfie o per una condivisione sui social, perchè a volte è meglio viversi il momento piuttosto che bruciarlo in minuti astratti. Bisogna che qualcuno sia qui per lottare contro un cambiamento che non per forza deve avere sempre una direzione univoca.
Credo che quelli come me, i piccoli imprenditori venuti su dagli anni 90 con i primi modem 56k, quelli che aspettavano che la pagina di un sito si caricasse per minuti interi, tornino ad apprezzare la lentezza delle cose belle, le vere condivisioni fatte col cuore, la vera beneficenza al di là del personaggio, l’importanza fottuta di essere “veri” e non copia incolla all’infinito.

Alle soglie del 2024 il disagio sociale è un’onda gigantesca.
Gli esempi che ho appena fatto lo dimostrano in maniera inequivocabile.
Spero solo ci sia un giorno una svolta epocale anche in questo senso, un ritorno alle cose vere, reali, concrete.
Non è necessario dire che “saremo migliori”, anche perchè la storia insegna che non sempre le cose vanno nel verso giusto.
Basta dire che “cercheremo di essere migliori”.

Ed io in questo, ce la metterò tutta. Per me, per i miei figli soprattutto, per il settore nel quale lavoro.
E voi? Cosa ne pensate di questo argomento?